Da “Il Pianeta Irritabile”

Prendete “Il Pianeta Irritabile” di Paolo Volponi, quel capolavoro dimenticato, un romanzo di fantascienza che ha come protagonisti una scimmia, un nano, un elefante e un’oca. Allegoria picaresca della generazione del ‘77, vista come un drappello di animali in fuga dalla catastrofe nucleare, ultimo risultato del capitalismo, il vero poliziotto della Storia.

Prendete questa citazione:

L’artificiale come artificiosa ragione del potere e non come ricerca e scienza. Perché l’artificiale scientifico ritorna naturale; vicino anche alla buona merda! Mentre il tuo artificiale resta sempre e solo artificiale, e per reggere come tale deve continuare a aumentare i propri artifici e staccarsi come potere dal naturale. (Il Pianeta Irritabile, Einaudi, p. 170)

Come ci rapportiamo a quella generazione del ‘77? Gli animali sono già spariti. La nostra scena non prevede più la lotta. Il sistema capitalistico “artificiale” ha convertito in moneta di scambio anche l’ambiente, lo ha ridotto a merda artificiale e quindi possibilimente tossica e nociva.

Siamo di fronte al disastro ecoambientale. Ma la nostra ecologia della mente è altrettanto impazzita. Siamo conniventi. Sono conniventi: Scimmia e Cavallo, i due stereotipi del testo, due stereotipi alla ricerca, ma altrettanto in attesa: un’attesa a metà tra speranza e paura, tra via di fuga (gli animali) e catastrofe (la natura).

Nel loro percorso dall’uomo all’animale, dal sintetico al naturale, in un segno scenico che nega l’animale.

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